Perché i Castelli sono sulle Montagne? Il Matte Painting nella Storia del Cinema

By on 2-22-2010 in Storia

Perché i Castelli sono sulle Montagne? Il Matte Painting nella Storia del Cinema

La scena è semplice ed è ormai un archetipo del cinema d’avventura: un castello arroccato su una montagna, magari avvolta dalle nebbie, ed una stretta strada che viene percorsa dai cavalieri.

Poco prima che i cavalieri arrivino a coprire con i propri corpi la grande porta del castello c’è una dissolvenza oppure uno stacco e la storia prosegue mostrandoci quello che avviene più da vicino.

Questo è buon cinema, almeno tecnicamente, perché offre allo spettatore sempre più informazioni: prima una vista di insieme che stabilisce l’atmosfera e quindi una ravvicinata che permette alla storia di evolversi, facendo parlare i protagonisti o mostrandoci le loro espressioni.

Di fatto però è anche un espediente tecnico che permette alla produzione di risparmiare molto tempo e molto denaro: il castello, infatti, non esiste quasi mai e quello che vediamo non è altro che un dipinto, chiamato in gergo “matte painting”.

I Matte Painting nella storia del Cinema

Sappiamo già cosa sono le matte, o intarsi, e che vengono impiegate per fondere più scene diverse nello stesso fotogramma di pellicola. Nel caso delle matte painting una delle scene è quella reale (cavalieri e montagne, nell’esempio proposto sopra) e l’altra è un dipinto od un modellino sospeso che viene composto davanti al resto della scena oscurando la cima reale della montagna (che potrebbe essere spoglia, oppure ospitare un modernissimo ripetitore televisivo ovviamente fuori luogo).

Naturalmente dipingere queste matte è un compito impegnativo, perché l’immagine finta deve fondersi alla perfezione con quella reale per convincere lo spettatore, ed inoltre la macchina da presa deve rimanere immobile per evitare che si scopra la bidimensionalità del disegno rispetto al resto del paesaggio tridimensionale (o almeno così era in passato, l’introduzione nel 1979 del sistema Disney Matte-Scane poi la computer graphic hanno rimosso queste restrizioni).

Per questi motivi gli artisti che creano matte painting sono tra i più pagati e celebri nel settore degli effetti speciali, e tra loro uno dei maestri indiscussi è certamente Albert Whitlock, responsabile delle matte di film come “La cosa” di John Carpenter, “L’Esorcista” ma anche di opere insospettabili come “La Stangata” o “Marnie” nelle quali gli effetti speciali non essendo preventivamente messi in conto dallo spettatore risultano ancora più efficaci.

Estratto di un documentario su Albert Whitlock

A questo proposito è interessante ricordare un aneddoto relativo ai primi anni della carriera di Whitlock. Impegnato nella produzione di un film per la televisione girato interamente a Los Angeles ma ambientato in varie nazioni e ricco di ambienti esotici, Whitlock ricreò questi paesatti con delle matte painting talmente accurate da ottenenre la nomination per un Emmy Award.

La giuria, però, assegnò il premio ad una altro film nel quale gli effetti erano stati realizzati sicuramente con minore talento. Stupito, Whitlock cercò spiegazioni e giunse in contatto con uno dei membri della giuria che candidamente motivò la scelta con il fatto che non era stato possibile avere la certezza che le scene fossero state effettivamente dipinte e non ottenute con materiale di repertorio girato dal vivo. “Questo è stato meglio che vincere l’Emmy” sostiene oggi Whitlock, e se citiamo l’episodio è perché la sua particolare tecnica può insegnare molto a chi si occupa di computer graphic.

Sapere cosa mostrare, e cosa suggerire

Prendiamo ora ad esempio il dramma psicologico di Alfred Hitchcock “Marnie” ed osserviamo attentamente la scena del risveglio di Sean Connery sulla nave. Dopo essersi accorto dell’assenza di Tippi Hedren, Connery corre fuori dalla cabina, si affaccia ad un corridoio per qualche istante e poi sceglie un’altra strada. Perché non ispeziona il corridoio? Perché non esiste. Le sue azioni sono logiche e lo spettatore non si interroga più di tanto su ciò che l’attore fa, ricavando l’impressione che la scena si svolga davvero su una nave.

Eppure non è così: per quanto perfetto quel corridoio è un dipinto, come anche la maggior parte delle riprese in esterni del film, ma non è possibile accorgersene se non si è costantemente alla loro ricerca. Ciò che rende così speciale il lavoro di Whitlock rispetto a quelli di altri artisti specializzati nei matte painting è la sua determinazione nel non riprodurre immagini dettagliate e credibili dal vivo, quanto pensate per le limitazioni della macchina da presa.

Raramente una matte di Whitlock è realmente accurata, si tratta più spesso di pochi tratti, anche confusi, di macchie di colore che simulano le ombre reali e soprattutto di un rispetto assoluto per quello che una macchina da presa vedrebbe in realtà. Un dipinto bidimensionale è infatti posto sempre ad una distanza finita dalla macchina da presa, e se deve simulare la profondità deve anche compensare le aberrazioni o la messa a fuoco che avrebbero gli oggetti “virtuali”.

Nel caso di “Marnie” se ogni dettaglio del corridoio, se ogni più piccola crepa dei battiscopa fossero stati visibili, l’occhio dello spettatore, consciamente o inconsciamente, sarebbe stato portato a domandarsi se effettivamente c’era qualcosa di fuori posto in quell’immagine e ad essere distratto dal flusso narrativo del film.

Naturalmente oggi si adopera Photoshop, incollando porzioni di fotografie, disponendo a strati i layer per dare profondità alla scena e aggiungendo elementi animati. Ma il principio è lo stesso del passato: piuttosto che cercare una resa perfetta, si cerca una resa suggestiva.

La Set Extension è prima di tutto psicologica

Rimanendo ancora per un momento nel mondo del cinema, ed alla luce di quanto detto finora, è il caso di provare a fare un passo indietro durante la visione di qualsiasi film, domandandosi se ciò che stiamo osservando è vero oppure può non esserlo.

Pensiamo ad un faraonico set cinematografico che riproduce un palazzo con centinaia di stanze: siamo certi che tutte le porte abbiano i cardini e le maniglie, che si possano aprire e chiudere, che gli interruttori della luce sulle pareti funzionino, e che i libri abbiano le pagine?

La nostra impressione è che siano veri, perché nella vita reale non capita mai di mettere le mani su una maniglia che in realtà è una fotografia in due dimensioni o su un armadio dipinto, ma nel cinema questo può accadere.

Quindi se la domanda è “perché sulle montagne” le risposte sono due: primo perché un castello “sta bene” sulle montagne, si difende meglio, lo immaginiamo così, e secondo perché è più facile disegnare solo il castello, un pò di terra e tanto cielo che non fondere alla perfezione ogni filo d’erba ed ogni pianta di una pianura interamente visibile.

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