Morphing negli Effetti Speciali del Cinema

By on 6-20-2010 in Storia

Morphing negli Effetti Speciali del Cinema

Il Morphing nel cinema dalle origini fino al digitale

Nel film “Dr. Jeckyll and Mr. Hyde” del 1932 abbiamo la prima metamorfosi mostrata per intero, grazie anche alla collaborazione del protagonista, Frederic March, con i tecnici degli effetti speciali. Venivano infatti girati pochi fotogrammi, si fermava la macchina, e l’attore passava in sala trucco per l’aggiunta di denti e peli che ad ogni applicazione erano più lunghi; si riprendeva poi a filmare, ripetendo il procedimento.

Quei pochi secondi di pellicola rchiesero oltre venti ore di lavoro ininterrotto ed una enorme pazienza. Tra le altre cose, per assicurarsi che March riprendesse ogni volta la stessa posizione davanti alla macchina da presa, l’attore doveva rimanere immobile mentre un tecnico disegnava i contorni del suo viso su una lastra di vetro che veniva impiegata come riferimento per fargli assumere in seguito la stessa posizione.

L’unico morphing senza stacchi prima dell’avvento del Digitale

Ma la trasformazione più efficace in questo film, che -ricordiamolo- risale al 1932 è senz’altro quella priva di stacchi che è possibile vedere nel video qui sotto.

Oltre alla sorprendente modernità delle inquadrature, colpisce il modo in cui vediamo il protagonista trasformarsi, senza stacchi né dissolvenze. Per anni Mamoulian, il regista, si rifiutò di divulgare il segreto di questa scena, effettivamente unica e mai imitata successivamente, fino all’arrivo delle tecnologie digitali.

Il trucco, svelato infine da Mamoulian in un’intervista, stava nell’uso di un makeup di colore rosso vivo, applicato a strati sul viso dell’attore. Una serie di filtri fotografici, tarati in modo da cancellare il rosso di ogni singolo strato, era posizionata davanti alla macchina da presa. Rimuovendo in successione i filtri, uno dopo l’altro, Frederic March poteva continuare a recitare senza interruzioni mentre apparivano occhiaie e linee sul suo viso.

Naturalmente, questo fu possibile solo perché il film era in bianco e nero, e i filtri colorati facevano apparire il makeup come toni pelle via via più scuri. Appena il colore si impose nel cinema, questo genere di trucco divenne impossibile.

Il periodo dei vampiri e delle dissolvenze

Il grande successo di queste sequenze scatenò la concorrenza tra i vari studi di produzione e nel 1945 John Fulton realizzò per la Universal degli effetti di “House of Dracula”. In questo film la trasformazione di John Carradine in un pipistrello, che ancora oggi appare molto spettacolare, fu realizzata seguendo gli stessi principi del morph computerizzato.

Partendo dalle immagini iniziali e finali, venne prodotta una serie di disegni intermedi, studiata in modo che la punta delle ali del pipistrello coincidesse con il mantello di Dracula, gli occhi rimanesero allineati e persino il bianco del vestito del vampiro si scolorisse nel grigio del corpo dell’animale.

Questa strepitosa sequenza venne ricreata tre anni dopo per una commedia horror con Abbott e Costello (Gianni e Pinotto in Italia) in “Abbott and Costello meet Frankenstein”, ma gli alti costi di produzione e la scarsa fortuna del cinema fantastico negli anni ’50 e ’60 segnarono il ritorno nel cinema delle vecchie trasformazioni con dissolvenze e nuvole di fumo.

Le trasformazioni meccaniche – effetti di Make Up e Animatronic

Non cambiò praticamente nulla negli anni, fino al grande successo di Guerre Stellari. Da questo momento si cercò di ottenere degli effetti realistici contenendo i costi e i tempi di lavorazione. Questo favorì l’affermarsi di una tecnica nuova, basata su riproduzioni accurate del viso degli attori realizzate in lattice di gomma. Le trasformazioni avvenivano senza più ricorrere alla stop-motion, deformando le maschere dall’interno con pistoni e cavi di metallo in un unico movimento davanti alla macchina da presa.

Accolto inizialmente con scetticismo (e non riconosciuto tra gli Oscar per gli effetti speciali) questo metodo si impose con “Un lupo mannaro americano a Londra” di John Landis e soprattutto con “La Cosa” di John Carpenter, nel quale le differenze tra gli attori e le repliche di gomma create da Rob Bottin erano all’epoca quasi impercettibili.

Probabilmente la trasformazione più efficace di questa epoca è quella visibile nel video qui sopra tratto da “Lifeforce” di Tobe Hooper, che ci riporta ai vampiri e che nonostante l’alto budget torna indietro alle vecchie tecniche di montaggio parallelo e stacchi. Insomma: più “semplice” rispetto alla tecnica di Mamoulian del 1932, ma anche simile ad essa per quanto la regia della scena fu curata.

L’ultimo Morphing creativo prima del digitale: Dreamscape (1984)

L’ultimo morphing non digitale nel cinema che sia degno di nota si trova nel film Dreamscape del 1984. Per questo film si tentò un nuovo approccio alla stop-motion. Il creatore degli effetti di trucco, Craig Reardon, creò 32 microsculture raffiguranti la trasformazione di un uomo in serpente, aggiungendo in ognuna qualche dettaglio in più rispetto alla precedente.

Filmate in sequenza le sculture davano luogo ad una unica trasformazione, rapida ed estremamente fluida, liberando così l’attore dall’obbligo di sottoporsi al trucco durante la trasformazione. Però, in fase di post-produzione, il classico effetto a scatti della stop-motion venne giudicato debole dalla produzione e la sequenza venne ricostruita con dissolvenze, rendendola simile a tante trasformazioni del passato. Un frammento della trasformazione è visibile nel trailer di Dreamscape qui sotto.

Naturalmente, oggi è tutto diverso

La tecnologia digitale permette di creare Morph e Warp con molta facilità, ma questo non significa che creare degli effetti speciali credibili sia più facile: tutt’altro. La soglia di qualità si è alzata, e con la potenza degli strumenti digitali è arrivata anche la necessità di superare ogni volta l’ultimo lavoro realizzato.

Un morphing oggi è l'insieme di tante tecniche diverse (immagine dai corsi FaiStrada)

L’immagine che accompagna questo articolo, realizzata in After Effects, è un omaggio ai film di Zombie degli anni ’60 e ne simula il look. Questa fase di correzione colore non è che l’ultimo passo dopo la foratura del green screen con l’attrice, la creazione del morph, il compositing multi strato dell’ambiente e degli elementi in primo piano.

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